Non è semplice spiegare in cosa consiste questa curioso work in progress, nè illustrazione, nè reportage,
nè elaborazione diretta. Ne escono fotografie in bianco e nero in un formato panoramico,
un po' allungato sull'orizzonte del cinemascope, quindi una stesura legata all'idea di fotografia realistica
stesa su una superficie che ha il sapore di un film di avventura o epico. Giuliano Ferrari pensa a questa
serie sulle cronache e i miti matildici più o meno come un illustratore o uno scenografo avrebbero pensato
all'allestimento di un tableaux viventis, alla realizzazione di vetri per lanterna magica per una predica
ottocentesca sulla Via Crucis: un quadro di riferimento narrativo, una scena in mente,
e poi il reperimento delle figure, spazi, atmosfere a cui attingere inseguendo un progetto di racconto.
Queste inquadrature canossiane, con una dimensione di raccconto tutta interna alle singole scene,
possono sembrare contrapposte alla fotografia che già conosciamo di Giuliano Ferrari,
apparentemente derivate da una fede incrollabile nella necessità di raccontare magari crudamente, del vero;
dall'adozione della scrittura del fotogiornalismo di derivazione Magnum quasi come una lingua naturale,
per sequenze e montaggi. Forse è anche una sorta di risarcimento sentito come necessario,
di verifica rispetto alla pluralità delle storie possibili, dei possibili giochi con la realtà.
Paolo Barbaro
(critico fotografico)
Caro Giuliano Ferrari,
le tue foto sono originali ed evocative.
Ti ringrazio per averle condivise con me.
Mary Ellen Mark
(fotografa)
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